LA PALAFITTA
Erano passate sei ore da quelle del the. Il sole diede un cinque alla luna e si scambiarono di posto.
“Io direi di fare un break notturno e di montare qui le tende”.
“Ma sei matto, e dove le attacchiamo se non abbiamo nemmeno le finestre?”.
“Eh, la che abbiamo Finestrello e gli montiamo le tendine in bocca così dal dente che gli manca non passano le mosche”.
“E a tua mamma le mosche entrano in culo perché è pieno di merda e ce l’ha aperto”.
Finestrello aveva smerdato Nomignolo, ma non serbava assolutamente rancore, infatti stava escogitando un bello scherzo che fa ridere.
“Basta, smettete di bisticciarvi che siamo (tot) pagine che peregriniamo e a me fanno male sia i piedi che i coglioni. Pertanto, dormiamo e buonanotte al secchio”.
“Ceh, Cilie, hai detto coglioni…”.
“Eh, smettila, guarda che è un detto”.
“Eh no, pensavo che d’era un disegno”.
Grasse risate da parte dei lettori.
Dato che sul luogo del posto si sentiva un forte odore di canale, accompagnato dal rumore degli alberi, i tre culohunters risolsero di costruire una palafitta in modo tale da tenere alla larga gli animali feroci che temono l’acqua, come i coccodrilli e i gli ippopotami.
Chiesero scusa ai castori per aver loro distrutto la diga, racimolarono un numero di abbastanza tronchi, li piantarono sott’acqua nella torba bionda e scura di sfagno (che non è un refuso, ma bensì una sorta di muschio ramificato, con foglie di color verde biancastro, vivente in colonie fitte ed estese su terreni umidi. Ne so?) e attesero pazienti che i tronchi crescessero, con tanto di fiori frutti e palafitta.
Ma i tronchi non crescevano. Forse gli stronzi non avevano preso alberi di palafitta, magari umili querci, o magari mancava il concime… il letame… la merda! Calarono le brache e cagarono a volontà sui tronchi sommersi. Finestrello approfittò della situazione acquosa per farsi un bidè. Ma il destino era in agguato e una trota gli morse la chicca.
“Ceh, il pesce ha abboccato al vermicello”.
“O, toglietemelo”.
“No, aspetta, si toglie da solo quando finisce di mangiarti tutta la chicca”.
“Dai ohh dai!”.
“Eh, così a cena mangiamo pesce ripieno di chicca”.
“Mmm, minca Nomignolo stasera ti fotto, me la paghi”.
“Che cosa ti pago? La chicca col pesce?”.
“Basta!”.
La proposta palafitta venne definitivamente accantonata e si optò per la costruzione di una fresca capanna di frasche e rami di pesche estratti dalle tasche. Ah, finalmente potevano dormire, ma le bestie feroci erano sempre in agguato. Accesero un fuoco maledetto, una sorta di falò, e andarono a sdraiarsi su comodi giacigli in pietra lacustre, anche se era un fiume, anzi un canale, canalestre. Il fuoco aveva però continuamente bisogno di essere rinfocolato e per mantenere il fuoco in vigore decisero di fare turni di circa tre persone per volta, così loro tre poterono dormire tranquillamente. La notte passò tranquillamente che non fecero neanche in tempo a dormire durante il sonno, proprio perché rimasero a cazzeggiare coi tronchi, costruendo una fresca capanna di frasche e rami di pesche estratti dalle tasche.
Quindi avevano sonno e Nomignolo all’alba vincerà il sonno a lui e si addormenta.
Mmm, ciao! Questa frase è concinnitas allo stato puro.
E il trans era sempre in cammino.




