SINDRIA
Le case erano di verdure, così come le chiese, con grandi zucchine al posto del campanile, e il municipio, un peperone enorme. Le strade erano asfaltate di passato di verdure, tutte le pareti erano pitturate a buccia d’arancia, ragazzi e ragazze limonavano dopo una macedonia. Le ragazze avevano tutte due meloni e un’albicocca che non ti dico.
“Oh, ma me lo dici com’era l’albicocca?”.
“No, non ti dico”.
Gli uomini avevano due ciliegie e una banana al posto della minca. Tutti i cittadini avevano la verza al posto dei capelli. E alcuni stavano anche perdendo la verza, e altri la scorza, ma bastava fare il riporto di verza. O il trapianto. O l’innesto. O l’incesto.
Per le strade passeggiavano, senza alcun pudore, finocchi presi per mano, banane prese nell’ano e le ipertrofiche persone maniache della palestra, trattate con concimi chimici. E a far concorrenza ai finocchi, vi era una miriade di cachi neri.
Benvenuti a Sindria!
I bambini erano tesi, ma un po’ ridevano per via di tutti quei finocchi che oltre essere finocchi erano anche omosessuali.
Ma non dovevano dimenticare la loro missione!
Si accostarono a un avocado, che passava di là, e gli chiesero di indicar loro la strada per arrivare dal sindriaco. Seguirono i consigli, ma questi li seminarono, abituati com’erano in quel borgo vegetale.
Giunsero alla casa del sindriaco. Questi li accolse con tutte le cerimonie e senza alcuna querimonia tant’era ospitale.
“Ditemi, ragazzi, qual è il vostro problema?”.
“Stiamo cercando qualcuno che ci possa dare il culo per mia nonna”.
“E anche per il mio cane”.
“Ma siete giunti nel paese di bengodi, Sindria straripa di finocchi che non vedono l’ora di dare il culo. Posso consigliarvi qualche locale: c’è il Mukkakaghina, il Chi non salta è nerigaghi. Anzi, tenete questa guida turistica e sceglietevelo da voi”.
Finestrello e company decisero di andare al Donnama Yadro, esaltati dal nome accattivante. Aperta la porta li accolse una musichetta: YMCA. C’era il pienone: i clienti sorseggiavano uno zuccherato succo di finocchio, tramite una cannuccia ricavata da un morbido e cavo ramoscello di finocchio. Il succo verdeo era contenuto in un finocchio svuotato del suo succo, e veniva versato all’interno del finocchio cavo e bevuto dal ramoscello di finocchio, affinché il succo di finocchio avesse un leggero retrogusto di finocchio appena colto. Ahh, che bono il finocchio! Era pieno di finocchi, vegetali e non. I bambini si avvicinarono ad un tizio qualunque all’interno del locale.
“Scusi, lei è finocchio”.
“Sì, bambino, sono pvopvio fvocio. Cosa ti occovve? Vv vv”, mentre parlava la sciarpa di pitone gli svolazzava qua e là, assieme ai lustrini e alle paillettes. Il tutù gli stava attillato tanto che il pacco era ben visibile.
“Mi dai il culo?”.
“Cevtamente”, il frocio si inchinò a 90 gradi (1/2 p) e, sfilando dall’ano logorato il vibratore in ottone, disse a Finestvello di favsi stvada.
Finestrello prese il coltellino multiuso e tento di asportare le chiappe finocchiche al malcapitato frocio, il quale non la prese molto bene. Anzi non la prese e basta.
“Aiuto, cavabinievi, chiamate il centotvedici!”.
“Oh, ma mi hai detto che mi davi il culo”.
“Ma non in quel senso, bimbetto stvonzo”.
“E in che senso?”.
“Nel senso che mi insevisci il pene all’intevno dell’ano”.
“Puhh c’è la cacca”.
“È ova di andavtene, ciao ciao. Non sei pev niente vivile”.
“E tu sei frocio”.
Decisero che il paese faceva cagare. Troppi finocchi inconcludenti e del culo ancora nessuna traccia. Chissà come stavano la nonna di Finestrello e il cane di Ciliegino… chissà…
“Oh, ma me lo dici com’era l’albicocca?”.
“No, non ti dico”.
Gli uomini avevano due ciliegie e una banana al posto della minca. Tutti i cittadini avevano la verza al posto dei capelli. E alcuni stavano anche perdendo la verza, e altri la scorza, ma bastava fare il riporto di verza. O il trapianto. O l’innesto. O l’incesto.
Per le strade passeggiavano, senza alcun pudore, finocchi presi per mano, banane prese nell’ano e le ipertrofiche persone maniache della palestra, trattate con concimi chimici. E a far concorrenza ai finocchi, vi era una miriade di cachi neri.
Benvenuti a Sindria!
I bambini erano tesi, ma un po’ ridevano per via di tutti quei finocchi che oltre essere finocchi erano anche omosessuali.
Ma non dovevano dimenticare la loro missione!
Si accostarono a un avocado, che passava di là, e gli chiesero di indicar loro la strada per arrivare dal sindriaco. Seguirono i consigli, ma questi li seminarono, abituati com’erano in quel borgo vegetale.
Giunsero alla casa del sindriaco. Questi li accolse con tutte le cerimonie e senza alcuna querimonia tant’era ospitale.
“Ditemi, ragazzi, qual è il vostro problema?”.
“Stiamo cercando qualcuno che ci possa dare il culo per mia nonna”.
“E anche per il mio cane”.
“Ma siete giunti nel paese di bengodi, Sindria straripa di finocchi che non vedono l’ora di dare il culo. Posso consigliarvi qualche locale: c’è il Mukkakaghina, il Chi non salta è nerigaghi. Anzi, tenete questa guida turistica e sceglietevelo da voi”.
Finestrello e company decisero di andare al Donnama Yadro, esaltati dal nome accattivante. Aperta la porta li accolse una musichetta: YMCA. C’era il pienone: i clienti sorseggiavano uno zuccherato succo di finocchio, tramite una cannuccia ricavata da un morbido e cavo ramoscello di finocchio. Il succo verdeo era contenuto in un finocchio svuotato del suo succo, e veniva versato all’interno del finocchio cavo e bevuto dal ramoscello di finocchio, affinché il succo di finocchio avesse un leggero retrogusto di finocchio appena colto. Ahh, che bono il finocchio! Era pieno di finocchi, vegetali e non. I bambini si avvicinarono ad un tizio qualunque all’interno del locale.
“Scusi, lei è finocchio”.
“Sì, bambino, sono pvopvio fvocio. Cosa ti occovve? Vv vv”, mentre parlava la sciarpa di pitone gli svolazzava qua e là, assieme ai lustrini e alle paillettes. Il tutù gli stava attillato tanto che il pacco era ben visibile.
“Mi dai il culo?”.
“Cevtamente”, il frocio si inchinò a 90 gradi (1/2 p) e, sfilando dall’ano logorato il vibratore in ottone, disse a Finestvello di favsi stvada.
Finestrello prese il coltellino multiuso e tento di asportare le chiappe finocchiche al malcapitato frocio, il quale non la prese molto bene. Anzi non la prese e basta.
“Aiuto, cavabinievi, chiamate il centotvedici!”.
“Oh, ma mi hai detto che mi davi il culo”.
“Ma non in quel senso, bimbetto stvonzo”.
“E in che senso?”.
“Nel senso che mi insevisci il pene all’intevno dell’ano”.
“Puhh c’è la cacca”.
“È ova di andavtene, ciao ciao. Non sei pev niente vivile”.
“E tu sei frocio”.
Decisero che il paese faceva cagare. Troppi finocchi inconcludenti e del culo ancora nessuna traccia. Chissà come stavano la nonna di Finestrello e il cane di Ciliegino… chissà…




