mercoledì, 31 gennaio 2007
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SPHINGE

L’anguria terminò la sua corsa pigiando il pulsante rosso che si trovava alla base della grande statua. Una donna prosperosa di dimensioni gulliveresche relativamente ai lillipuziani, scolpita da chissà quale forma di vita, giaceva sul terreno in spaccata frontale. Era completamente nuda, con le tette giganti, il viso lascivo, le labbra carnose anzi pietrose, ma non pietose… purtroppo la vagina non era visibile poiché l’enorme cocomero si era fermato proprio lì, nel fiorellino.

Il clitoride, una volta pigiato, aveva dato vita a un ingegnoso meccanismo. Prima di tutto si udì un gemito godurioso (strano per una statua), strani ingranaggi fecero crrr crrr e, azionando, causarono lo spostamento della statua, tale che un buco grande quanto la base della statua apparve ai loro occhi. Accadde allora che la statua, indietreggiando, fu costretta ad occupare uno spazio di terreno delle dimensioni della base della statua.

“Non sono statua io. Siete statui voi”.

“Ehhhhhhhh” (stupore dei bambini). La preoccupazione aleggiava nei loro volti, la statua aveva parlato ed era statua lei, ma loro non si erano accorti di nulla. O perlomeno fecero finta. A loro serviva il culo, non dovevano mai dimenticarsi dello scopo della loro sacrosanta missione. La statua purtroppo non ne aveva, perché l’avevano vista solamente da davanti.

Ora sorgeva il problema di calarsi nel buco.

“Usiamo le scale o prendiamo l’ascensore?”

“Io direi di prendere l’ascensore, è più comodo, più togo e scende perpendicolare”.

“Daiiii”.

Mandarono Prepuziolo di corsa al villaggio Adiacente, nel negozio di ascensori. Il bimbo soggetto ne scelse uno, fece un’interminabile fila alla cassa (poiché, coll’universalizzazione della moneta vi erano stati disservizi), ma accortosi di essere a corto di denaro si dimostrò accorto: infilò l’ascensore sotto il giubbotto e, onde manifestare indifferenza, uscì dal negozio fischiettando e facendosi la barba. Una volta fuori, se la diede a gambe.

Arrivò sventolando l’ascensore agli amichetti, i quali lo accolsero festosamente con un party analcolico.

“Ora dobbiamo montarlo”.

“Lasciate fare a me”, esclamò Ciliegino, “basta fare così, così e cosà”

Ma Ciliegino fece così, cosà e così al primo tentativo, riprovò e… cosà, così e così. Stufi degli svariati tentativi, gli amici che intanto gli davano una mano, cominciarono a scendere gli scalini.

“Eh, tanto l’ascensore è insicuro”.

“Uhm, io soffro anche di claustrofobia e non è che l’ascensore mi piaccia così tanto”.

“Un po’ di moto fa sempre bene”.

“Eh, anche un po’ di macchina”.

Tra un commento e l’altro, senza rendersene conto, giunsero dinnanzi all’ingresso del nuovo villaggio che li accolse con un cordiale cartello giallo e una scritta nera:

BENVENUTI !

BIENVENUE !

WELCOME !

WILKOMMEN!

BENI BENIUS!

DAIGO IN SU TTUSA!

postato da: ramonziere alle ore 15:23 | Permalink | commenti
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