NOMIGNOLO E CILIEGINO
Finito il funerale, Nomignolo e Ciliegino tornarono a casa loro. E a casa loro rimasero chiusi per giorni e mesi, abbattuti dall’inutilità della loro realtà. Le avventure erano finite, nessuna missione li reclamava come paladini e la loro esistenza era vuota senza un obiettivo. E inoltre Ciliegino soffriva anche per non essere riuscito a salvare il suo cane.
“Pronto, famiglia Arbau? Sono Nomignolo, c’è Ciliegino?”.
“Sono io, Nomignolo, cosa c’è?”
“Ho avuto una brillante idea che catarticamente cambierà le nostre vite”.
“Dimmi”.
“Vengo a casa tua e ti racconto”.
Passarono tre mesi di lavoro, chiusi nel cavo di un albero a sdattilografare e correggere bozze e mischiare sintassi e pensare periodi, finché un giorno dopo il punto non ci fu più l’a capo.
La stesura delle loro avventure li aveva liberati dalle paure e dalle angosce, dalle credenze primitive e dalle superstizioni popolari, ma per non essere presi per visionari decisero di adottare due pseudonimi: Cesare Litoride e Michele Erdas. E per confondere ulteriormente le acque ai poco scaltri lettori, inventarono due personaggi omonimi e li fecero comparire in un paragrafo delle loro memorie.
Guadagnarono molti soldi, riempirono la loro vita , situazioni e cose così.




